Sono ossessionata dall’idea di essere una manipolatrice emotiva. So di esserlo stata, non riesco nemmeno a credere di averlo fatto, ho studiato le tecniche che usa un manipolatore e mi ci sono ritrovata dentro: le avevo messe in atto tutte senza rendermi conto di ciò che stavo facendo. Adesso, ho paura di farlo di nuovo. E non voglio farlo adesso, non voglio farlo con D. perchè ha passato talmente tanti cazzi in culo nella sua vita che non si merita pure una stronza manipolatrice con disperato bisogno d’amore. Gli voglio troppo bene, non voglio che stia male, anzi, voglio che stia meglio, che cresca ricco e felice, pieno di vita e d’amore. Senza ricatti emotivi. Voglio crescere anche io ricca e felice, voglio essere buona, buona come non lo sono mai stata, buona e serena come non lo sono mai stata.

Prendersi cura di una persona significa prendersi cura dei suoi bisogni primari.

 Assicurarsi che abbia almeno lo stretto indispensabile per essere felice. Oggi gli ho raccontato tante cose, perchè sto meglio e sono felice di questo, ma ho imparato, mio malgrado, cosa significa star male. Lo sperimento ancora, anche se sto un tantino meglio, e questo non dovrebbe farmi abbassare la guardia. Lui non sta bene; è forte: non significa che sta bene. Nel momento in cui sono stata più male avevo bisogno di qualcuno che mi chiedesse: come stai? E ascoltasse. Che mi ascoltasse e captasse i miei segnali in codice, che ascoltasse e mi dicesse:
hei. Sicuramente adesso non va bene, ma andrà meglio. Certamente vedi tutto nero, intorno a te nulla ti attira, nulla ti stimola, nulla ti rende almeno un po’ felice. Lo so come stai, lo sento dalla tua voce, rimbomba dentro di me e sentirti così fa stare male anche me. Ma mi piace ascoltarti, mi interessa sapere come stai, così mi prendo un po’ del tuo dolore e tu starai sicuramente meglio. Ti racconterò qualcosa di allegro, cercherò di farti ridere. Ti chiederò di raccontarmi una cosa che ti ha fatto ridere oggi, una cosa che ti ha stupito, meravigliato, intenerito. Non cercherò di essere sempre io la cosa che ti ha fatto ridere, meravigliare, intenerire. Perchè tu sei una persona intera e desidero per te che ogni aspetto di questa intera persona splenda. Forse sei smarrito, forse non vedi un futuro felice, forse non vedi futuro. Ma tornerai a stare bene. Tu meriti di star bene. Sei una bella persona, una persona semplice e buona. Avrai fatto degli errori, ma puoi perdonarti. Ti avranno portato nel posto in cui sei adesso, dove fa freddo è grigio e non hai voglia. Ma ti avranno anche fatto provare cose nuove e meravigliose, ti avranno certamente regalato persone semplici e buone. Sai perchè voglio stare con te e il bambino? Perchè tu non sei completamente tu se togli il tuo bimbo. Perchè mi incuriosisce sapere com’è essere padre, cos’è cambiato nella tua vita, come vorresti che questo bimbo crescesse, cosa vuoi insegnargli, cosa, di ciò che hai passato tu vorresti che provasse anche lui e cosa cercherai di evitargli per farlo stare bene. Non è meraviglioso essere padre? Si forse non ci sono le condizioni: dici sempre “Ma con una donna che ami, che vuole star con te, che vuole essere una famiglia…” (Ho paura di essere quella donna, non mi ci sento in grado, adesso, ho sempre pensato che avrei avuto figli tra un fantastiglione di anni, non assolutamente adesso; ho paura che tu ti aspetti questo da me e di deluderti) Vorresti stare più tempo con lui? Ti addormenteresti con lui vicino, nel lettone? Vorresti giocare? Vorresti vederlo crescere? Pensi che ti stai perdendo delle cose di Manuel che cresce? Sai forse hai ragione tu che dici “adesso devo pensare a sistemare la situazione in modo da poterlo prendere in affido, tra un paio d’anni” ma cosa puoi fare, adesso, perchè lui conosca te, il te più vero, perchè abbia dei ricordi luminosi del tempo trascorso con te? Anche se è poco, anche se non è giusto, anche se ti fa rabbia.
Mi hai detto che hai sbagliato. Che non avresti dovuto farlo. Che, adesso, tutto è perduto. Ma, pensaci, è davvero così? TU sei vivo e vegeto. Guardati, con quel faccino teso, stanco e triste. Mi fai così tenerezza, come se fossi sempre sul punto di piangere ahh e liberarti, ma non si piange, no, si resiste, e allora meglio arrabbiarsi, innervosirsi, incazzarsi, prendersela. Io ho imparato che quando uno si arrabbia con gli altri è si, perchè gli altri hanno forse fatto qualcosa di male nei nostri confronti, ma se guardi bene, molto a fondo, quella rabbia cela qualcosa di irrisolto. Cos’è? Vorresti che tuo figlio fosse fiero di te? Vorresti essere fiero del tuo bambino? Tuo padre è stato fiero di te? Ti ha detto mai: bravo Da, stai facendo tutto il possibile per tuo figlio; bravo Da, guarda che bell’uomo che sei diventato, guarda come sei forte, stai facendo bene. Ti manca questo? E tu, TU, senti che stai facendo bene? Sei frustrato?
Le persone semplici e buone vincono sempre. Che in realtà non c’è nessun premio da vincere, c’è felicità da conquistare, piano piano, giorno dopo giorno. Ti vuoi bene? Quando ti guardi allo specchio, pensi: che bell’uomo che sono diventato, come sono forte, come sono fragile, come sono tenero? C’è qualcuno che te lo dice? (Perchè mi veniva tanto spontaneo dirtelo, all’inizio e adesso non più? Mi hai ferita, ho paura che da un giorno all’altro tu possa decidere che – per il mio bene o il tuo – sia meglio non parlarmi, ho paura sai di darmi -anche di dirti che sei bello, che mi piaci, che ci tengo a te e in pratica tutto quello che sto scrivendo qui – e restare delusa, abbandonata, o, peggio ancora, ho paura di far qualcosa che possa farti arrabbiare; ho paura di non essere abbastanza per aiutarti, per regalarci un po’ di serenità) Quanto dolore c’è in te tutto lo sento, cosa posso fare per farti stare meglio? Cosa mi piace di te? Dove nascondi il tuo bambino interiore? Com’eri bello quando eri piccolo… me la fai vedere una foto di quando eri piccolo?
Forse non sono in grado di guarire tutte le tue ferite, anche se mi piacerebbe avere i superpoteri per farlo. Ma ci sono. Ti voglio bene.

Un volto di leone.

 Maschere. Conigli. Profili allungati di uomini con le radici sfumate, sempre in due. Vedo questo se chiudo gli occhi, se lascio la mente libera dai pensieri del mio ego, della mia ragione mortale, se mi lascio l’opportunità di non ricercare ragioni per eventi di cui non so nulla, se non l’apparenza. Coraggio? Paura? Emozioni non vere sui nostri volti, sempre allegri, sempre pronti a sorridere, anche quando da sorridere non ci viene. Come non fosse abbastanza bello, abbastanza emozionante vedere sul volto dell’altro il riflesso dell’uomo che è, così com’è in quel momento. (Mi amo quando non falso come mi sento, quando dal mio volto, dai miei occhi, traspare l’incertezza, la debolezza, la richiesta d’aiuto. Quando sono più umana di quanto sia mai stata.)
Coraggio. La strada è lunga e siamo solo all’inizio. Coraggio, non vogliamo che le nostre paure di mortali ci impediscano di guardare più lontano, di desiderare più in grande, di sentire più profondamente, vero? Coraggio, avremo ancora silenzi, avremo confusione, dubbio, ansia e isteria. Avremo rabbia, la più difficile da sradicare. Avremo ancora voglia di addormentarci per non pensare, voglia di scappare, per non doverci confrontare con i bulbi delle nostre disfunzioni, avremo ancora momenti in cui penseremo: non ne vale la pena, a che pro tutto questo dolore? Avremo ancora voglia di lasciarci vivere. Ma li studieremo, col cuore e la mente, li impareremo a memoria, li riconosceremo quando arrivano, e sapremo cosa fare per fronteggiarli. Coraggio.
Paura. Di conoscersi, d’abbandonarsi, d’amarsi. Per paura d’essere di nuovo lasciati soli, per paura di lasciare a nostra volta qualcuno da solo, quando non riusciamo a bilanciare mente e cuore. Paura d’esser vecchi, di essere sempre gli stessi, che adesso sappiamo bene chi siamo stati, i danni che abbiamo fatto, le parole che non ci siamo detti per orgoglio o per vergogna. Paura di andare al fondo della vergogna, dell’orgoglio, delle parole che ci ripetiamo, dei danni che abbiamo fatto, di chi siamo stati, di chi siamo. Potremmo scoprirci ancora più meschini, disgustarci di più, spaventarci di più di noi stessi, e, alla fine, non voler avere nulla a che fare con noi. Paura di non avere coraggio. Di non essere pronti a reagire quando necessario, paura di reagire e sbagliare, paura di prendere strade sbagliate e non trovare più la strada maestra. Paura di tradire chi siamo stati e giurammo sarebbe stato per sempre. “Io non cambierò mai, lo prometto.” Lo diceva una voce più giovane, più fresca, più inesperta di quella che oggi esce dalle nostre labbra. Quella voce che di noi stessi e del mondo non sapeva nulla ma che si è fatta una promessa, quella di non cambiare. E adesso, avere paura di rompere quella promessa, anche se è necessario per cambiare pelle, per scrollarsi di dosso tanto male, tanto dolore. Tradirsi per rinascere a vita nuova, in cui, com’è probabile, ci riprometteremo “Non cambierò mai più, lo giuro.” E invece saremo costretti a farlo, quando i nostri corpi cambieranno forma, quando nuove, tenere, buone, affascinanti idee verranno a bussarci alla porta e non potremo fare a meno di pensare “E se fossero vere? E se si potesse vivere con la bontà, la tenerezza, il fascino d’essere sinceramente, incondizionatamente sè stessi anche di fronte ad un’altra persona?” Avremo paura di questo perchè pensiamo sia più semplice dare ciò che ci si aspetta da noi, così non ci sono controindicazioni, ci ameranno di sicuro, e quando quello che si aspettano da noi sarà troppo, perchè non ci sentiamo all’altezza, allora scapperemo di nuovo.
Ma si può vivere scappando? Evitando accuratamente di prenderci le nostre responsabilità? Non quelle di fronte agli altri, ma quelle di fronte a noi stessi. Cosa ci meritiamo? Davvero ci meritiamo di vivere mettendo sempre da parte ciò che ci fa sentire più giusti su questa terra perchè abbiamo dei doveri che qualcun altro ha scelto per noi ma a cui dobbiamo sottometterci, per non fare la figura degli ingrati, dei deboli, degli strani? Davvero dobbiamo allontanare quelle mani che non si sa come, sono arrivate e ci hanno stretti forte, e continuano a stringerci, ad accarezzarci il cuore, perchè pensiamo di non meritarcelo? Davvero ci meritiamo di vivere senza abbandonarci mai totalmente a noi stessi e a qualcun altro per paura di rimanere delusi, feriti? Non lo siamo stati comunque delusi e feriti? E non siamo forse ancora vivi?

Spostare e postare: un’analisi

Ho immaginato come dev’essere vedere me che sposto cose, mobili, in casa. Ad un certo punto mi sono detta: Si, ho proprio voglia di spostare cose. Ma questa volta cose nella mia mente, nel mio corpo. Spostare. Spost-are. S-post-are. Postare.
Cerco:
spostare
Levar, togliere di posto o di luogo altrimenti dislogare dis-logare (cioè: allontanare da un luogo, dislogarsi/slogarsi allontanarsi da un luogo ) ma anche cacciare alcuno, il nemico forse dal posto che occupa. Cacciarsi dal posto che si occupa. “Spòstati!”
Spostarsi: uscire o spostarsi dal posto “Mi sposto molto,” (spostarsi dal posto è muoversi) o figurativamente da uno stile di vita. Ho vissuto molto tempo con uno stile di vita, con delle idee, che ho rafforzato schiacciando me stessa e figurandomi, illudendomi che le cose fuori fossero in un modo, che mi hanno sinceramente fatto male. Perchè continuare ad esserlo, non in futuro, non forse domani, non chissà, ma… ora? Adesso? Si, si, in questo istante. Ora. Con come sei, con come stai, con cosa fai, cosa c’è intorno, adesso. Anche non dandogli peso, anche facendolo controvoglia, almeno è movimento, è muovere cose. Smuovere. O Spostare, l’attenzione da qualche altra parte, ad esempio. Magari qualcosa che ti appassiona, che ti cura, che può essere un bel posto nel mondo.
Spostare differisce da scostare, che indica propriamente l’allontanarsi che fa un corpo da qualche appoggio; p es. la barca dal lido. Spostarsi non è scostarsi, che invece vuol dire allontanare il proprio corpo da un appoggio. Quali miei appoggi sono negativi, potenzialmente negativi per me? Davide è un appoggio negativo? Quando un appoggio è negativo? Quando gli sto delegando delle mie responsabilità. Ecco, a quel punto l’appoggio è negativo. Non perchè lui sia negativo in sè, è negativo il mio appoggiarmi a lui, alla sua situazione che, comunque, non vorrei reggere adesso, per avere quell’amore e quella cura dall’esterno, mentre quell’amore e quella cura io la devo a me stessa dopo tutti questi anni. Mi sono curata, e male, degli altri, per non curare me stessa. Piano piano sempre più. Per non affrontarmi. Quindi sai che faccio: mi siedo sul molo spingo a largo la barchetta con dentro Davide, solo un attimo, tanto ho imparato che i fili resistenti e lunghi, per quanto sottili, restano sempre attaccati alle estremità. Magari Davide approderà su nuove terre, vedrà altri corpi, li toccherà, li potrà spogliare facilmente e facilmente entrare dentro di loro. Magari succederà a me.
Mi scosto, mi discosto, non con sdegno, non con un fare da snob, con serenità. Mi scosto da ciò che, per quanto ami, non mi è necessario. O meglio: mi è necessario da altre fonti.
Postare: disporre, collocare al suo posto; detto quasi esclusivamente di soldati, artiglierie e simili. Postare sentinelle, postare le batterie, le artiglierie. Ma si può disporre anche un oggetto in uno spazio, collocare determinati oggetti in determinati posti, affinché tutto sia gradevole, eccitante, gestibile, piacevole. Postarsi, prendere posto in un luogo. Decidere come prendere posto in luogo, sempre che il luogo ne valga la pena. In particolare appostarsi, nascondersi per ascoltare, osservare, spiare: m’alzai e salii a postarmi sotto l’ippocastano (Fenoglio) Piantarsi con atteggiamento fermo e risoluto: …esclamò, dando indietro due passi, postandosi fieramente sul piede destro (Manzoni).
In un luogo almeno è necessario “postare”: dentro di sè. Un collocare che soggiace a un disporre energie e attenzioni in un determinato modo, in un determinato spazio. In particolare appostarsi, nascondersi per ascoltare, per ascoltarsi oltre le giustificazioni urlate. Osservare, spiare il proprio corpo. Cosa fa? Piantarsi con atteggiamento fermo e risoluto, “fieramente sul piede destro”.

Ho letto questo

è stato un colpo. Mi ha stordita ritrovarmi in molti degli atteggiamenti descritti, alcuni li porto avanti da una vita. Non fa solo male sapere che questo modo di approcciarmi alle cose ha avuto – ed ha ancora – una ricaduta negativa sui fatti miei, ma anche e soprattutto quanto male ho fatto agli altri. Questo è ciò che non riesco ad accettare. La nostra mente fa dei percorsi assurdi.
Ho riletto l’articolo l’altro ieri prima di andare a lavoro. Sono arrivata stordita, in botta, e ci sono rimasta per un paio d’ore. Poi l’ansia, la paura di non essere in grado di accettare, lavorare, cambiare questi atteggiamenti distruttivi; brividi di freddo nel momento più caotico della serata, io in macchina che consegno e combino guai. Poi ho sputato il rospo e detto perchè ero in quello stato. E di lì a poco tutto è migliorato.
Forse stordimento, ansia, brividi e serenità erano già racchiuse nel momento in cui ho constatato la cosa. La goccia nell’acqua ha fatto il primo cerchio, stretto, asfissiante, e il momento iniziale si è espanso. Forse nei prossimi giorni ripercorrerò queste sensazioni, forse ritorneranno per mesi, come eco di un momento che è avvenuto e che continua a pulsare in eterno in un istante di tempo. Continuerà a battere e anche questo sarà parte di ciò che vorrò essere d’ora in poi.

Sono tornata a casa dopo una sera a lavoro.

Dai miei. Sono stata terribilmente adolescente con i miei in questi giorni. Li ho passati sotto l’autolavaggio della rabbia. Ma poi mamma oggi si è ammalata e io sono sinceramente contenta di trovarla accucciata sotto mille coperte e poterla abbracciare, stesa sul lettone. Il mio cervello con l’emozione forte di commozione e abbandono fa tac la riconosco, aspetta, risistemano tutto. E torno sul livello zero. Ma è questo, in essenza, che guida ciò che faccio.
Sono tornata a casa dopo un giovedì di festa, in città, babbi Natale in vespa e un sacco di bambini intorno. Mi manca molto avere bambini intorno, lo desidero, ma non lo trovo. Potrei “stare” con un bambino, ma quelli che conosco hanno fin troppe cure (tranne un bambino senza nome e molto sveglio che mi ha dato Delle stranissime vibrazioni, erano eco di qualcosa di ossessionante e potrei dire onnipresente nella mia mente. Al punto di autosabotarmi.) …potrei stare, dicevo con un bambino tutti i giorni, e non so se riuscirei ad esserci da quando è tanto piccolo. E non so se vorrei perdermi queste cose, di un bambino. La prima volta che cammina, come parla, come cambia nel tempo, come mi accende avere un dialogo con lui. Ma lui voleva, sperava, che io lo facessi. Sperava che fossi a quel livello di abbandono. Ma non posso abbandonarmi così con tutti i dubbi che ho in testa. Rivelazioni se si compara questa situazione con quella dei nostri genitori. Io non vorrei sposare davide, non così, io so solo amare con il passo del siamo qui e ora. Se ripenso ai suoi occhi, il suo viso nelle mie mani i nostri sguardi l’uno nell’altro, a lungo, perché non fa paura, è per questo che mi sento legata a lui da fili inconsci ed eccitanti a cui manca il quotidiano, il ridondante liquido esserci dell’altro che è una certezza perché è quotidianità.
Sono tornata a casa dopo qualche ora di lavoro, puro e semplice. Con i suoi imprevisti e le code e i momenti morti, come in ogni locale. Sono tornata con la voglia di risentire tutto ma questa volta non mi aspettava il sognante mondo di un’adolescente che si ricarica. Quel mondo è già dentro di me ma non è più adesso. Adesso è confusione novità incertezza di volerlo…